Alcune annotazioni su ’Orizzonte mobile’ di Daniele Del Giudice
Da quando ho cominciato questo viaggio mi interrogo sul rapporto tra la natura e le storie. Il continente antartico, come ebbi modo di scoprire, non è quello delle immagini scattate nei rari giorni di tempo buono, dove tutto è ‘bello’ e il bello corrisponde all’imperante criterio fotografico di solarità. Se c’è una bellezza è quella complicata dei grigi e degli opachi, del diafano e della luce drammatica e irreale. Nonostante la grande violenza, la natura qui non è ostile o tanto meno amica, è solo indifferente alla presenza umana che è un fatto del tutto accidentale. Per noi il paesaggio è sempre un sentimento del paesaggio, ma quel che qui chiamiamo paesaggio non sgorga dalla coscienza, bensì la altera e le impone un’altra direzione. Per questo le storie antartiche sono così nervose.
(pag.93-94)
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‘Orizzonte mobile’ di Daniele Del Giudice, è stato pubblicato nel 2009 da Einaudi nella collana Supercoralli (142 pagine a euro 16,50).
Le polemiche si sprecarono, in particolare rispetto ad alcune ‘indiscrezioni’ secondo le quali l’uscita di questo libro fosse funzionale al premio Strega (polemiche e ipotesi che comunque, non trovarono riscontri nei fatti e finirono per smorzarsi con la stessa rapidità con cui presero a diffondersi).
Anche i lettori, però, si sono divisi su questo libro.
Numerose le recensioni intense e positive specialmente da operatori editoriali, critici e scrittori come quella di Giuseppe Genna del 6 maggio 2009:
“... è a mio parere una convulsione prosastico-poetica che entra in un’ormai implausibile storia della letteratura. E’ un libro che, per dirla come si diceva un tempo, ha destato tutta la mia ammirazione e il mio entusiasmo, oltre che un amore e una gratitudine che non immaginavo di tributare a questo autore. […] Orizzonte mobile è un libro fatto di spigoli, inserti in cui la scrittura è addirittura pura traduzione, e in cui il viaggio di iniziazione è il viaggio in senso totale: è lo spaesamento, lo spostamento in un territorio alieno in cui l’altro è extraterritoriale, dove non è possibile distinguere più tra interiore ed esteriore, dove ciò che si vede non è mai stato visto prima anche se ne è stata tramandata la notizia e la sagoma immaginale, e infine è lo stare fermi nell’infinità, laddove muoversi è talmente compresso dalle prospettive indefinite che, alla fine, spostarsi è identico all’essere immobili.
La domanda metafisica posta da Del Giudice in questo libro: l’orizzonte è mobile perché si sposta oppure sono io che, spostandomi, vedo muoversi la linea tra terra e cielo? […] è un libro che è stato prevedibilmente miscompreso oggi, ma che dovrebbe restare, perché è un libro assai importante. E’ il romanzo dello thaumàzein dell’epoca contemporanea italiana. Si pone ad altezze a cui arrivano pochi."