
Prolificano più che mai, abbondano e imperversano, i “piccioni”, e però, attenzione, almeno in questo caso, niente allusioni allegoriche o sagaci e maliziosi accostamenti al pianeta, assai di moda e chiacchierato, delle escort e/o massaggiatrici.
Oggetto e protagonista delle presenti note è il piccione inteso come volatile – con accezione più aggraziata e gentile, detto anche colombo – appartenente all’ordine dei “columbiformi”, selvatico per natura, ma facilmente addomesticabile. La sua immagine tipica - fagottino compatto di piume, punteggiato da due occhietti dal bordo nitido e arrossato, che se ne va volando di qua e di là alla ricerca del cibo, cui poi attinge col becco pronto caracollando sul terreno – rimanda a scenari antichi, a tradizioni passate rimaste impresse nella mente.
Per via delle sue carni leggere e gustose, quasi “nobili”, nel Salento, fino a qualche decennio addietro, il piccione era allevato da tutte le famiglie abbienti, alcune delle quali destinavano a tale attività apposite caratteristiche costruzioni, erette nei giardini o nelle campagne, chiamate proprio “colombaie”, contenenti all’interno centinaia di cellette con funzioni di “case” per i pennuti, che in quei siti solevano puntualmente ritirarsi per covare le uova, per allevare i piccoli e per dormire.
Sulle mense dei ricchi, perciò, le pietanze a base di carni di piccione erano consuete e frequenti. Così non succedeva, invece, per la gente povera: ma anche quest‘ultima - almeno in certe circostanze, specialmente in occasione dei parti - non mancava mai di procurarsi, al caso acquistandolo, appunto uno o qualche piccione.
Si affaccia ancora emozionante, in chi scrive, il ricordo delle zuppiere, contenenti porzioni del volatile e relativo brodo, servite amorevolmente dai familiari ad una povera mamma all’atto della nascita dei tre più piccoli di casa, tra fratellini e sorelline.
Quanto ai risvolti economici, a parte la costruzione delle colombaie, crescere i piccioni non costava pressoché niente, il loro nutrimento risultando costituito da larve, bacche, qualche frutto sfatto sui rami o ai piedi delle piante, isolati resti di cibo rinvenuti in giro.

Negli ultimi tempi, così come sono usciti letteralmente stravolti tanti schemi e modelli dell’esistenza umana, sembra che ogni cosa si sia modificata pure nel vivere del piccione, al punto che la sua stessa immagine non viene più vista alla maniera del passato.
Si rammenta da tutti che gli stormi di piccioni costituivano un gradevole ornamento di certi larghi spazi, come Piazza del Duomo a Milano e Piazza S. Marco a Venezia; ora, al contrario, tali pennuti sono più che altro considerati come fonte di gravi danni e di degrado per monumenti, edifici e manufatti in genere, e ciò a causa degli elevati indici di ripopolamento e, in particolare, dei loro… escrementi.