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Africa: come cambiano gli equilibri nella globalizzazione

Giuseppe Gagliano con questo pezzo, ci spiega come stanno cambiando i rapporti di forza nel continente nero, e di come le grandi potenze si stanno muovendo per ottenere i loro obbiettivi. Ancora una volta la guerra economica è al centro dell’analisi.

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Nonostante il continente africano sia stato per la Francia il suo principale partner oggi la sua egemonia politica ed economica sono minacciate da numerosi players. Tra questi, la Cina occupa il primo posto grazie ad investimenti esponenziali che sono aumentati del 1.400% tra gennaio e novembre 2016 rispetto al 2015. Negli ultimi anni, la Cina ha non a caso moltiplicato i suoi sforzi con i leaders africani. Ad esempio con la costruzione della sede dell’Unione africana in Nigeria affidata alla Cina, poi nell’Africa occidentale dove la Cina si è impegnata nel marzo 2018 per costruire la sede della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) attraverso un investimento di 31,6 miliardi di dollari. Nell’agosto 2018, la Cina ha installato a Gibuti la sua prima base militare all’estero. Questa strategia, portata avanti dalla Cina, non è nuova e ha le sue radici in particolare al momento della caduta del muro di Berlino. Alla fine della guerra fredda, la svalutazione del 50% del franco CFA nel gennaio 1994 e il calo dei salari in Africa hanno infatti dato alla Cina l’opportunità di affermarsi come il salvatore del continente. La Cina applica una politica a lungo termine per stabilizzare l’Africa e opportunamente attribuisce ad essa un ruolo importante nella geopolitica. La Cina aspira infatti a una forte presenza nella costruzione di infrastrutture africane, compresa la promessa di raddoppiare la sua assistenza finanziaria all’Africa annunciata nel 2006. La sua strategia di influenza in Africa consiste nel mettere in evidenza gli aiuti “senza condizioni “a differenza di quella dell’Europa e in particolare della Francia. 

Un altro player insidioso per la Francia è l’India che si sta posizionando delicatamente sul continente principale imponendosi come suo secondo partner commerciale dopo la Cina e superando così la Francia e gli Stati Uniti. Per raggiungere questo obiettivo, l’India mette in evidenza i suoi punti in comune con l’Africa, compresa una lotta comune per la decolonizzazione. Il primo ministro Marendra Modi ha dichiarato di fronte al parlamento ugandese il 24 luglio 2018: “Abbiamo combattuto insieme la colonizzazione. Combatteremo per la prosperità insieme “. È in questi termini che l’India aspira a fare comprendere agli africani la necessità e l’autenticità delle alleanze indo-africane. L’India si affida anche alla sua forte diaspora, con la presenza di 3 milioni di indiani presenti nell’Africa orientale, che gli conferiscono un significativo vantaggio competitivo. Di fronte alla ricchezza e al potere della Cina, l’India sta puntando su una politica di influenza a lungo termine e cerca di sviluppare, soprattutto, connivenze culturali e diplomatiche che le possano essere utili per incrementare il suo potere economico. Non a caso la presenza di imprenditori indiani in Africa occidentale (Senegal, Costa d’Avorio, Ghana, Mauritania) nasce anche dalla presenza di ingenti risorse minerarie. 

Un terzo competitore ,come abbiamo avuto modo di sottolineare altrove, è certamente la Russia. I russi non nascondono il loro interesse per l’Africa e la natura strategica che il continente rappresenta per la condotta dei loro affari internazionali. In occasione di un summit organizzato sull’Africa nel quadro del Dialogo delle civiltà all’inizio di ottobre 2018, Mikhail Bogdanov, rappresentante speciale del Presidente Putin per il Medio Oriente e l’Africa, ha affermato la necessità che la Russia consolidi i suoi legami con l’Africa.

 Ancora più significative sono le minacce alle relazioni franco-africane che nascono dalla crescente consapevolezza da parte dell’Africa dal Franco CFA. Infatti sia la Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale (CEMAC) che l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) vogliono ora concretizzare il loro progetto di “CFA-xit” che dovrebbe condurre a l’uscita della stretta monetaria esercitata dalla Francia. In questa logica, l’ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) ha anche annunciato un progetto di moneta comune per i paesi dell’Africa occidentale entro il 2020, con l’obiettivo di riconquistare la sovranità monetaria, come nel caso della Guinea, della Mauritania e del Madagascar. A differenza degli anni ’70, questo movimento “CFA-xit” si sta fortemente radicando nelle rivendicazioni politiche di alcuni stati del nord Africa poiché l’Africa sta vivendo uno sviluppo economico senza precedenti e vuole sfruttare appieno il suo potenziale, che ha generato nuovi interessi negli ultimi vent’anni. Di fronte a questa ridistribuzione degli equilibri di potere, l’egemonia della Francia rischia di essere seriamente minacciata ed è anche per questo che la Francia ha istituito prima la Scuola panafricana di Intelligence economica (creata nel 2009 in collaborazione con la Scuola di guerra economica di Parigi e il Ceds di Dakar) e poi nel 2015 in Camerun il Centre Africain de Veille et d’Intelligence Économique coordinato da Guy Gweth (che ha recentemente promosso gli Stati generali africani della IE a Dakar). Il filo rosso che lega queste due iniziative è non solo la metodologia di analisi mutuata dalla Scuola di guerra economica di Parigi (Gweth è stato allievo di Christian Harbulot direttore e fondatore della Scuola di guerra economica parigina) ma anche la presenza di due noti protagonisti della IE francese e cioè Ali LAÏDI giornalista di France 24 (amico e collaboratore di Harbulot) e Claude Revel ex delegata ministeriale per l’IE francese nel 2013. .

Questo articolo è stato pubblicato qui

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