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AIDS | HIV e “Femminizzazione” del virus in Africa: un’eredità coloniale?

In Africa le donne sieropositive sono più degli uomini: è l'ipotesi di Siwan Anderson, economista e ricercatrice all’Università della British Columbia

di Marco Boscolo

Secondo le stime di UNAIDS, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della lotta all’AIDS, al mondo le persone infette dall’HIV sono 36,7 milioni (dati 2016). Di queste, più della metà (18,6 milioni) sono donne. La distribuzione geografica, però, non è omogenea. Sempre secondo UNAIDS il 58% delle donne portatrici di HIV vive nei paesi dell’Africa Subsahariana: oltre 4 milioni solamente in Sudafrica, che risulta il paese con la concentrazione maggiore. Si tratta di una situazione che la stessa UNAIDS ha più volte sottolineato, l’ultima volta in un documento del 2014 dal titolo autoesplicativo di Gap Report.

Ma qual è la ragione di questa disuguaglianza? Come scrive Siwan Anderson, economista e ricercatrice all’Università della British Columbia (Canada), “questo fenomeno è noto come la ‘femminizzazione’ dell’AIDS/HIV nell’Africa Subsahariana. Si tratta di una impressionante differenza basata sul genere largamente conosciuta, ma sulle ragioni della quale è stata fatta poca ricerca”. Nel suo studio di prossima pubblicazione, Legal Origins and Female HIV (Le origini della legge e l’HIV femminile), Anderson prova a dare una risposta “geopolitica”.

L’economista parte da un fatto noto, confermato da UNAIDS: la principale causa dell’infezione con HIV delle donne è sesso eterosessuale non protetto. La maggiore probabilità di contrazione del virus per le donne africane è tra i 15 e i 24 anni: secondo il National Center for Biotechnology Information degli istituti di sanità americani, le donne subsahariane in questa fascia d’età costituiscono l’80% di tutte le donne infette nell’area. Perché? Secondo Anderson la spiegazione va cercata nella probabilità con cui in questa età contraggono matrimonio. Questo fattore sarebbe determinante, perché in molti dei paesi di quest’area c’è una maggiore accettazione sociale nei confronti di uomini dalla vita sessuale particolarmente attiva, che possono quindi agire da agente infettante nei confronti di più donne (e potenzialmente anche di uomini), soprattutto per la scarsa propensione all’uso del profilattico.

Non in tutti i paesi, però, la differenza in termini numerici tra maschi e femmine in termini di contagio da HIV è così marcata. Anderson ha analizzato la situazione paese per paese (laddove i dati erano disponibili) e ha individuato un fattore che, secondo la sua analisi, potrebbe spiegare questa differenza. L’economista ha diviso i paesi tra quelli che hanno ereditato la common law (fondamentalmente le ex colonie britanniche) e quelli che hanno ereditato la civil law (grossomodo tutti gli altri, ex colonie italiane comprese).

I due grafici mostrano una significativa differenza. Nei paesi dove il diritto si basa sulla common law di stampo britannico è più probabile che le donne siano esposte all’HIV. Per gli uomini la differenza è bassissima. Come si spiega questa situazione? Secondo Anderson, la causa va ricercata nella diversa concezione del ruolo della donna all’interno delle due tipologie di diritto. “I paesi con la civil law dell’Africa subsahariana”, scrive nella conclusioni, “si distinguono da quelli basati sulla common law per tre aspetti principali: riconoscono esplicitamente il contributo non retribuito delle donne con il lavoro domestico, permettono all’interno della coppia di avere proprietà in comune e indicano precise protezioni alle donne in caso di rottura del matrimonio”.

Questi altri due grafici, invece, confermano la diversa possibilità di accesso al sesso sicuro, anche all’interno del matrimonio, tra le donne che vivono nei due tipi di paese. Risulta che nei paesi figli della civil law la possibilità di sesso protetto per le donne è sensibilmente più alta che in quelli derivanti dalla common law.

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