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  Home page > Attualità > Economia > Perché la caccia ai paradisi fiscali
di Phastidio (sito) mercoledì 8 aprile 2009 - 0 commento oknotizie
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Perché la caccia ai paradisi fiscali

Il tentativo, promosso soprattutto dagli europei (segnatamente da Francia e Germania: per scoprire il perché, munirsi di una carta geografica e trarre le inferenze del caso) di ridurre il grado di legittimità ed i margini di manovra dei cosiddetti paradisi fiscali (attraverso la classificazione dei paesi in gruppi, in funzione del grado di “cooperazione” fiscale internazionale), tende ad essere interpretato come una decisione puramente populistica, oltre che priva di un qualsivoglia legame con la crisi in atto. Le cose non stanno esattamente in questi termini.

In un momento di ampi e crescenti disavanzi pubblici, causati dalle operazioni di salvataggio del sistema finanziario, oltre che dal crollo del gettito fiscale indotto dalla gelata dei livelli di attività, gli stati nazionali hanno disperato bisogno di capitali. Da qui l’ipotesi di attuare una generalizzata repressione degli stati non cooperativi sul piano dello scambio di informazioni fiscali, da associare (con buona probabilità) ad operazioni di “scudo fiscale”, cioè di rimpatrio agevolato dei capitali. Come noto, nel 2001 e 2003, il governo italiano (Giulio Tremonti ministro dell’Economia) ha attuato due operazioni di sanatoria per il rimpatrio dei capitali, tassati con cedolare secca del 2,5 per cento. Le due operazioni produssero il rientro di circa 80 miliardi di euro, con un gettito erariale di poco meno di 2 miliardi. Negli ultimi anni numerosi paesi hanno adottato analoghe iniziative di rimpatrio giuridico di capitali, tassati a cedolare secca variabile, e con condizionalità varie, quali l’investimento in azienda dei fondi rientrati, o la sottoscrizione di titoli di stato.

Si comprende quindi l’interesse a rimpatriare tali fondi, che potrebbero rappresentare una fonte di domanda addizionale e quasi forzosa di titoli di stato, oltre che produrre gettito d’imposta in un momento in cui i tesori nazionali sono impegnati a finanziare deficit crescenti. Meno certo l’effetto sui flussi creditizi: oggi le banche stanno tesaurizzando le riserve, ed è probabile che finirebbero col fare lo stesso con i nuovi depositi creati dai rimpatri, limitandosi probabilmente ad investire a loro volta in titoli di stato. Già oggi peraltro si starebbe assistendo al tentativo di rimpatrio “coperto” di capitali esportati in paradisi fiscali. Si comprende quindi meglio la potenzialità dell’operazione: rendere meno sicuro detenere fondi in legislazioni fiscali “non cooperative”, e indurre un movimento di progressivo rimpatrio di quel denaro, per dare ossigeno nell’immediato soprattutto a conti pubblici messi in ginocchio dalla crisi. Se questa mossa “dissuasiva”, finalizzata a mutare gli incentivi ed il payoff dell’esportazione di capitali e del mantenimento dei medesimi in centri offshore, non dovesse produrre gli esiti sperati in termini di flussi di ritorno, sarà sempre possibile ricorrere ad un’ulteriore repressione dei paradisi fiscali, ed attuare poi iniziative di scudo fiscale per indurre i rimpatri.


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