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di Nereo (sito) sabato 16 gennaio 2010 - 1 commento oknotizie
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Risponda signor Di Pietro

 

Signor Di Pietro,

sono ancora in attesa di una Sua risposta.

Il 21 agosto 2008 scrivevo all’IDV e dunque a Lei il seguente messaggio. Lei mi rispose con una mail. Ma quando replicai non ebbi più l’"onore" di ulteriori spiegazioni. Come mai?

Ecco il messaggio iniziale: 
 
“Fra le proposte per la “tutela del risparmio”, illustrate dal senatore Elio Lannutti (“Italia dei valori”), primo firmatario dei relativi otto disegni di legge, che prevedrebbero fra l’altro la proprietà popolare della moneta e la “restituzione allo Stato italiano” di quanto incassato dalla banca “d’Italia” a titolo di “diritto di signoraggio”, ve ne è anche una finalizzata a sollecitare la vendita delle riserve auree italiane (http://www.diritto-oggi.it/archives/00034338.html). Lannutti propone infatti di contribuire a risanare il debito pubblico attraverso la vendita dell’oro “della Banca d’Italia”, cioè di quell’oro mediante il quale la cartamoneta era “pagabile a vista al portatore”! Pagabile solo in teoria però. Perché di fatto quell’oro non fu mai restituito agli italiani possessori di valuta “pagabile a vista”. Ed ora, in nome del risanamento dell’economia, si vuole addirittura vendere l’oro! Sorgono due domande. Prima domanda: chi è il proprietario che vende l’oro? Seconda domanda: chi è il non proprietario che compra l’oro? La risposta a queste due domande sembra essere una sola: la “Banca d’Italia”, che con questa ennesima truffa legale sarebbe promossa a “Istituto del diritto... di Stato”! Altro che Stato di diritto.
 
Questo mio parere poggia sull’ultimo libro di Lannutti, in cui è presente una colossale contraddizione, o svista, di cui il senatore mostra di non accorgersi. Se infatti Lannutti parla nel suo libro di “debito pubblico” e di “prodotto interno lordo” rispettivamente come di cose generate da “politiche economiche di finanza allegra, attivate dagli anni Settanta” (E. Lannutti, “La repubblica delle banche”, Bologna, 2008, p. 227) e di “vecchia tirannia” (p. 69) perché nel medesimo libro queste stesse cose sono indirettamente ed acriticamente postulanti l’esigenza di “risanare il debito” (p. 220) senza spiegare come mai diventi così importante che gli italiani tartassati da queste così allegre tirannie debbano vendere poi il loro oro per sopperire agli ulteriori danni da quelle generati? In altre parole come fa a divenire seria la finanza allegra nella testa di Lannutti? Se il debito pubblico è una truffa fatta al pubblico da parte di truffatori che non sono il pubblico, perché dovrebbe pagarlo il pubblico in luogo dei truffatori? Non sarebbe ora di finirla con questi giochetti? Perché continuare ad illudersi che mediante una magistratura “reset” o alla Chavez, o mediante governi alla Tizio o alla Caio, sia possibile avere uno Stato etico in cui non vi sia corruzione, quando la storia ha dimostrato che ciò è impossibile? Già dal tempo di Aristotele si parlava infatti dell’impossibilità di provare la disonestà finanziaria di un pubblico ufficiale, in quanto paragonabile a quella di scoprire “quanta acqua può bere un pesce che nuota liberamente nell’acqua” o di “non assaggiare il miele posto sulla lingua”, “perché è difficile quanto maneggiare i soldi del re senza assaggiarne almeno una piccola parte” (Kautilya, “Arhtashastra”, in Brioschi, “Breve storia della corruzione”, Milano, 2004).

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di Nereo (sito) sabato 16 gennaio 2010 - 1 commento oknotizie
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