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di cinaoggi (sito) giovedì 14 gennaio 2010 - 0 commento oknotizie
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Google vs Cina. Giorno due: gli USA scendono in campo

Giorno due dell’intricata (e appassionante) vicenda che mescola spionaggio, libertà d’espressione e globalizzazione. Senza dubbio a questo punto sono proprio le reazioni cinesi a dettare banco. Nella giornata di oggi, forse potrebbe arrivare una risposta ufficiale del governo.

Finalmente il China Daily, dopo aver tergiversato per più di una giornata, pubblica una prima vera analisi delle dichiarazioni di Google. L’articolo è firmato Wang Xing. Riportiamo di seguito i punti più interessanti.

"La minaccia di Google di abbandonare la Cina dopo una serie di attacchi di hacker ha lasciato milioni di utenti cinesi nello sconforto; gli analisti hanno commentato la mossa come una strategia della compagnia per mettere sotto pressione il governo cinese. (...) Non è ancora chiaro se gli utenti in Cina, compresi moltissimi stranieri, saranno ancora in grado di accedere ai servizi della compagnia. David Drummiond, legale della compagnia, ha detto in un’inusuale dichiarazione online che sono stati intercettati una serie ad alto tasso tecnologico provenienti dalla Cina, che hanno derubato alcune proprietà intellettuali (non si fa menzione dell’intrusione nelle caselle di Gmail di attivisti cinesi, ndr). (...).

Ha detto che non continueranno più a censurare Google.cn, la versione in cinese del motore di ricerca lanciata nel 2006, aggiungendo di essere in trattativa con il governo cinese sulla possibilità di far funzionare un motore di ricerca non filtrato nei limiti della legge. "Ci rendiamo conto che questo potrebbe portare alla chiusura dei nostri uffici in Cina." Questa dichiarazione sottolinea un cambiamento nelle strategie della compagnia in Cina usate negli ultimi cinque anni, che forniva risultati censurati seguendo la legge cinese, in cambio della presenza nel mercato online più popoloso. Questa strategia ha premiato Google con il 35% del mercato dei motori di ricerca, nel suo quarto anno, secondo Analysys International.

Jiao Jian, un impiegato che usa abitualmente sia Baidu che Google ogni giorno, ha detto che la possibile chiusura avrà un impatto limitato sulla sua vita, dal momento che vi sono servizi analoghi offerti da altre aziende. "Ma è difficile trovare alternative a Google Maps, Gmail o Google Earth". Ha espresso anche qualche poreoccupazione sul suo account su Gmail, se Google dovesse abbandonare il paese. Google ha lanciato il suo primo motore di ricerca in cinese nel 2000, ma solo con l’organizzazione di un team in Cina nel 2005 è riuscita a penetrare efficacemente nel mercato. La possibile ritirata di Google, ha spaventato i suoi 700 dipendenti nel paese, che temono di perdere il loro posto di lavoro. (...)
L’articolo di Drummond dice che Google cercherà di negoziare con il governo cinese per condizioni più favorevoli. (...)

L’articolo di China Daily aggiunge poco o nulla alla prima, timida, risposta di Xinhua di ieri. Ancora non si è registrata una risposta ufficiale del governo cinese, ufficialmente alla ricerca di ulteriori informazioni.
 

Alcune testate giornalistiche cinesi, in prima fila Chinanewstech, hanno sottovalutato e ironizzato sulle decisioni di Google di abbandonare il paese. Nella limitata interpretazione di questa testata che dovrebbe trattare di informatica e nuove tecnologie, manca completamente una visione di più ampio respiro. Quello che non è stato apprezzato, è che le dichiarazioni di Google sono giunte dopo aver informato il governo americano. L’operazione di Google è di respiro ben più ampio, e potrebbe non riguardare esclusivamente la compagnia di Mountain View. In molte analisi occidentali, manca difatti questo ragionamento. Secondo l’analista UBS Brian Pitz, la cosa è molto più grande del solo Google e, questo lo aggiungiamo noi, potrebbe fare parte di una strategia di più ampio respiro. E’ per questo che il governo cinese prende tempo, perché sa che la dipartita di Google potrebbe innescare una reazione a catena, dalle proporzioni disastrose. Niente più esperienza dall’estero in un settore che ogni giorno diventa più preminente. Niente più knowhow dalla Silicon Valley. Anche gli stessi investimenti stranieri in altri settori, dopo l’affare Rio Tinto, potrebbero farsi molto più cauti. Infatti questo caso presenta alcune analogie interessanti con Rio Tinto, la multinazionale dell’acciaio australiana, che tra la scorsa primavera ed estate è stata oggetto di un intricato scandalo di spionaggio.

Ad ogni modo, dopo più di una giornata dalle dichiarazioni di Drummond, ancora nessun’altra società hitech americana si è accodata. Tutti rimangono in attesa di una risposta ufficiale del governo cinese. In una dichiarazione giunta nella tarda giornata di ieri, Yahoo si allinea con l’eterno rivale di sempre. Ricordiamo che Yahoo, nonostante controlli indirettamente Alibaba e Taobao, ha rinunciato ad entrare nel mercato cinese con il suo marchio.


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USA Cina Google Censura

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