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di Michele Mezza mercoledì 13 gennaio 2010 - 7 commenti oknotizie
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C’è posta per noi: la rete e la politica

Le nuove frontiere della politica maturano nella pratica della rete ed emergono naturalmente mentre si dissolvono gli strumenti della politica del passato. 

Il nuovo anno si annuncia con un fenomeno che non potremo ignorare, e che sicuramente muterà la mappa politica e sociale del paese: la politica ci sta venendo a cercare. Mi sembra infatti ormai chiaro che si stia diffondendo anche in europa, e persino in Italia, la cosi detta sindrome di Obama, o Histoire d’O come l’abbiamo chiamato noi di mediasenzamediatori. Intendo per sindrome di Obama quel fenomeno per cui la politica si cambia a partire dagli interessi e dai ceti sociali che si vogliono rappresentare, o che si vogliono auto rappresentare.
 
Intanto cerchiamo di chiarire i termini della riflessione che vi propongo.
 
Da partito liquido a sistema liquefatto.
 
Le infrastrutture della politica analogica si stanno disfacendo. I segnali sono ormai sempre più inequivocabili. I partiti devono rifugiarsi nel populismo per mantenere un legame con la società. Berlusconi lo ha capito, diciamo percepito, probabilmente prima degli altri e ha costituito il suo impero mediatico nella propria infrastruttura populista. La sinistra vaga invece alla ricerca di un’impossibile ricetta per far sopravvivere la sua vecchia armatura sociale - le sezioni, l’apparato partitico, il legame militante - anche a costo di mutare periodicamente identità e indirizzo. Ma se al vertice il simulacro di partito ancora si riesce a simulare, in periferia ormai siamo alla costellazione di clan elettorali. Mi ha colpito molto la decisione del vertice del PD di affidare, in vista delle prossime elezioni regionali, a personaggi carismatici ma esterni alla gerarchia interna (Boccia in Puglia, Zingaretti a Roma) un mandato esplorativo per definire una candidatura condivisa per la presidenza della Regione. Si tratta di un atto che ratifica la scomparsa del ruolo del sistema-partito, così come lo abbiamo conosciuto nei decenni passati. Infatti cosa deve fare un partito a livello territoriale se non compiere continue esplorazioni per capire quanto ogni proposta o progetto possa raccogliere il consenso necessario a trasformarlo in azione? Scavalcare le istanze regionali, per assegnare a personaggi collaterali, per quanto prestigiosi, il ruolo di verificare l’adeguatezza di una candidatura, signific, appunto, ratificare che la nomenclatura locale non ha ormai alcuna funzione se non quella di autoeleggersi.
 
Lo squagliamento territoriale di una macchina come appunto il partito tradizionale, fenomeno che il polo Berlusconiano aveva già anticipato e ricomposto nel suo modello di partito personale che è appunto il PDL, ci rimanda alla necessità di trovare altre vie per dare sbocco all’insopprimibile ansia di autogoverno che affiora dalla società
 
Le smart mobs della politica.
 
Da qualche tempo stanno manifestandosi nuove forme di organizzazione e di auto affermazione nella politica nazionale. Il contesto è prevalentemente quello dell’opposizione, dove, tradizionalmente, serpeggia il disagio maggiore, ma anche la maggioranza (vedi Fini) ha le sue vibrazioni. Il primo spettacolare esempio a cui mi rifaccio è ovviamente la manifestazione viola del 5 dicembre scorso, il così detto No B Day. Si trattò di un’iniziativa che prese corpo e forma proprio da un tam tam sulla rete. Ma il fenomeno non si è arrestato lì. La costruzione della candidatura di Loretta Napoleoni, l’economista che si sta affacciando sulla scena elettorale del Lazio dopo un plebiscito online, ci fa intendere che siamo solo all’inizio della nuova storia. Come al solito la politica non contempla vuoti, e quando declina una cultura subito se ne afferma un’altra. 

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di Michele Mezza mercoledì 13 gennaio 2010 - 7 commenti oknotizie
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