Una macchina è un congegno per produrre e regolare movimento. Un fiore crescendo si muove non meccanicamente, bensì vitalmente. Ciò che è mosso dalla macchina e ciò che si muove da sé per proprio impulso vitale sono due cose differenti, dato che la prima non ha in sé alcun impulso vitale, mentre la seconda, sì.
In base a queste preliminari semplici osservazioni è possibile avvicinarsi alla comprensione delle leggi umane e di quelle cosmiche, cioè karmiche.
Soprattutto oggi tale comprensione si rivelerà sempre più necessaria in quanto il nuovo schiavismo appare come una vera piaga sociale da curare e guarire come malattia mentale generata da pensiero debole.
Infatti chi opera per impulso altrui opera secondo leggi karmiche. Chi così opera è il cosiddetto attivista di partito o esecutore. È l’uomo robot, l’attivista della pescitudine, che ubbidisce alla legalità perché così fan tutti ed hanno sempre fatto tutti, non perché riconosce in sé la legittimità di quella legge o legalità. Allora è una persona non libera generatrice di debito karmico rispetto ai suoi simili, uno schiavo che nessuno può liberare. Solo lui può liberarsi. Non liberandosi diventa una trappola pericolosa per sé e per i propri simili, che catechizza o contagia con la medesima schiavitù logicizzata secondo sofismi che sembrano pensiero, ma che sono in realtà errori di pensiero: pensati altrui assunti come propria vita di pensiero.
Il fatto che nel web esista una combriccola neomarxista e neogiacobina di detrattori assoluti dell’universalità del pensare dimostra che la libertà li spaventa perfino se coglie il senso marxiano dell’anarcocapitalismo. Per Marx infatti l’organizzazione dell’economia o la sua amministrazione doveva essere disgiunta da ogni tipo di governo sugli uomini.
Quanto segue è dunque il tentativo di descrivere la fenomenologia karmica, espresso in poche essenziali osservazioni.
Come la natura è interpretabile secondo leggi meccaniche, anche se in essa tali leggi non sono meccaniche - la natura del fiore, ad esempio, come prima accennato, non lo fa crescere o muovere in modo meccanico - così le leggi giuridiche esprimono, sì, un meccanismo, in cui il pensiero libero da meccanismi si espresse per crearle, cioé per conseguire un riferimento necessario a un determinato livello della coscienza.
Il male di queste norme consiste nel loro essere un meccanismo, cioè un pensato, in cui non c’è più pensiero vivo. Ed anche se tale pensato non si è più capaci di rivivere dall’origine, quando si era indipendenti da esso, tuttavia lo si assume come autorità attuale ed automatica per il pensiero!
Questo appena descritto è un meccanicismo mentale escludente l’elemento morale in quanto crede di averlo, tuttavia ignorando il momento creativo del pensiero da cui è sorto. Tale meccanicismo imponendosi all’io umano, è necessariamente contro l’io, se l’io non giunge a ridominarlo ogni volta, servendosene. Così è la natura, l’etica, la cultura, ed il passato divenuto consuetudine.