Vi annoveriamo i titolari attivi nella propria azienda, non semplici soci, con qualifica di Presidente, di Amministratore Delegato, di Consigliere Delegato, poi i Direttori Generali, quelli di Divisione, di Marketing, di Finanza & Controllo, di Stabilimento, di Area di Mercato, delle Risorse Umane, della R&D, degli Acquisti e così via per arrivare ai Capi Ufficio ed ai Capi Reparto.
Naturalmente nelle realtà di medio-grande dimensione, nazionali ed internazionali, anche le massime cariche sopra citate sono affidate a dei dirigenti non titolari, i Top manager.
Una prima importante differenza separa in due gruppi questi manager: quello di essere o non essere titolari.
Tutti sono normalmente iscritti e regolati economicamente dal C.C.N.L. Dirigenti, fatte salve le eccezioni dettate da alcune normative o contratti, ma la maggioranza di essi dipende in ordine gerarchico dai colleghi dirigenti di qualifica superiore fino al Top Manager che resta comunque il “primo dei dipendenti” davanti alla Proprietà/Titolare.
All’interno del foltissimo gruppo dei dirigenti/dipendenti si rileva una struttura fortemente disomogenea per tipo di competenze, incarichi, responsabilità e retribuzioni. Un mare magnum di attori nominati alla qualifica di dirigente per effetto della posizione gerarchica acquisita, delle competenze maturate, della preferenza ottenuta dai vertici aziendali, dei meriti riconosciuti ad una vita di lavoro, ecc. Questa premessa e gli altrettanti distinguo, per non generalizzare troppo nel tentativo di valutare quale futuro prossimo si prospetti per i nostri manager.
La prima attenzione verso i manager imprenditori. Su di loro pesano ormai ventiquattro mesi di risultati economici poco o del tutto insoddisfacenti accompagnati dalla miope politica degli istituti finanziari che, prima, hanno creato l’enorme bolla speculativa, poi, hanno stretto i cordoni della borsa incuranti del loro preciso ruolo e incamerando gli aiuti pubblici. Per le PMI l’applicazione delle norme di rating, autodefinite dal sistema bancario con gli accordi di Basilea, ed elaborate da asettici algoritmi, hanno solo significato perdere il contatto operativo con il secondo “socio di maggioranza” dopo l’Erario! Per le aziende PMI essere trattate come “numeri” con l’interfaccia di direttori di agenzia o filiale svuotati di ogni potere decisionale, ha e sta significando una sfida molto forte alla volontà di intraprendere.
Alcuni hanno gettato la spugna cedendo l’attività, altri hanno tagliato decisamente gli organici, altri ancora stanno chiudendo. Ma la maggioranza ha raccolto il guanto, cercando di reinventarsi il business sia in termini di mercato che di prodotto e di tecnologia.
Secondo la scuola degli economisti avrebbero dovuto studiare a fondo i mercati, i loro bisogni discutendone le opportunità, misurandone i ritorni e poi decidendo le azioni da compiere proiettandone i risultati nel futuro. Quindi mettere in campo risorse di tempo, denaro e competenze.