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di Damiano Mazzotti (sito) mercoledì 30 dicembre 2009 - 1 commento oknotizie
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L’innovazione nella Religione

Lo studioso Giovanni Filoramo dell’Università di Torino ha curato un’eccellente antologia di saggi inerenti la religione che raccoglie il contributo di ben venticinque studiosi italiani e stranieri.

L’opera si intitola “Le religioni e il mondo moderno. Nuove tematiche e prospettive” (Einaudi, 2009). Si prendono in esame le maggiori religioni mondiali (ebraismo, cristianesimo, islam, induismo e buddismo) e si sviluppano tematiche riguardanti il concetto di stato, i doveri degli uomini, la guerra, l’antropologia, il matrimonio, la democrazia, il genere femminile, l’identità, i diritti umani, l’economia, lo spirito del capitalismo, la scienza, la bioetica e la teologia.

Tra i contributi più significativi c’è da segnalare quello di Silvio Ferrari il quale afferma che “I diritti delle religioni contengono norme che non possono essere compiutamente giustificate in termini etici o razionali né spiegate in chiave tradizionale e consuetudinaria: esse richiedono di essere obbedite semplicemente perché dettate da Dio (per le tre religioni monoteiste) o radicate nell’ordine cosmico (per altre religioni)”.

Eppure “anche gli ordinamenti giuridici a fondamento divino vivono nella storia… La legge divina non si sottrae all’interpretazione umana: se la norma posta da Dio è immutabile, la comprensione che di essa ha l’uomo dipende inevitabilmente da una serie di fattori contingenti e quindi mutevoli. Tanto il diritto ebraico quanto il diritto canonico e quello islamico hanno elaborato tecniche e strumenti che, senza rompere la continuità formale del diritto divino, ne consentono l’adattamento al mutare delle condizioni storiche” (p. 12).

Nelle società più evolute si può iniziare a “stabilire la fredda verità che il diritto è opera dell’uomo. Perfino i credenti non pensano più che il diritto consista in comandamenti di Dio o che la sua evoluzione sia governata dalla provvidenza divina. In un modo o nell’altro noi stessi abbiamo creato il diritto e noi stessi siamo responsabili per il risultato” (Alf Ross, giurista scandinavo, p. 5).

Inoltre bisogna aggiungere che nella traduzione e nell’interpretazioni dei testi sacri, compiuta quasi sempre da vecchi esponenti del genere maschile, si è sempre adottato un punto di vista molto politico, molto religioso e troppo maschilista. Si è sempre evitato il dialogo con il punto di vista degli studiosi laici e della gente comune e troppo spesso si è utilizzata la religione per giustificare la soddisfazione degli istinti aggressivi, della brama di potere e quindi della guerra.

Infatti le religioni sono anche “un necessario ultimo sforzo collettivo per dare un senso a un agire altrimenti insensato, estremo nella sua violenza. La guerra diventa un laboratorio dove interi popoli sono strascinati dalle loro classi dirigenti a riscoprire il mito di fondazione della loro identità storica ed etnica: un dramma rituale in cui il sacrificio della vita è il prezzo da pagare per riscattare la memoria offesa e tradita di un popolo. L’identità si costruisce sull’autorità di una memoria, che si ritiene occultata troppo a lungo (Enzo Pace, p. 231).


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