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  Home page > Attualità > Ambiente > La conferenza di Copenaghen sul clima? Un grossissimo fiasco
di Giovanni Macchia lunedì 28 dicembre 2009 - 0 commento oknotizie
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La conferenza di Copenaghen sul clima? Un grossissimo fiasco

L’accordo tra i vari di capi di stato (mai lettera minuscola è stata più appropriata) raggiunto alla Conferenza di Copenaghen sul clima è un non-accordo. Mai visto un documento più vuoto di quest’accordo.

L’accordo è composto di 12 clausole, per un totale di 3 pagine (il protocollo di Kyoto e l’Accordo di Montreal avevano rispettivamente 18 e 45 pagine più corposi annessi) più due annessi completamente vuoti!
 
Se non stessimo parlando di un dramma planetario, si potrebbe scherzare dicendo che il numero di nazioni partecipanti è stato maggiore del numero delle righe scritte nel documento. Ed ora vediamo per sommi capi cosa dice l’accordo. Nella prima clausola, si sottolinea che il cambiamento climatico è una sfida e che, per evitare problemi all’uomo, occorre migliorare (meno male) la cooperazione di lungo termine per combattere i cambiamenti climatici, e si riconosce (bontà loro) il punto di vista scientifico che l’aumento di temperatura dovrebbe (notate il condizionale, in inglese “should”) essere sotto i 2 gradi centigradi.
 
Nella seconda clausola, tutti concordano (meno male) che occorrono grossi tagli nelle emissioni globali, con una vista di ridurre le emissioni in modo da mantenere la temperatura globale sotto i 2 gradi centigradi, in modo da raggiungere il picco di emissioni quanto prima. Quindi due certezze: le emissioni aumenteranno ancora e non si sa per quanto tempo (il termine “quanto prima” è proprio scritto sull’accordo).
 
In più, i paesi in via di sviluppo potranno raggiungere il picco di emissioni in un tempo maggiore. Peccato che tra questi paesi ci sia anche la Cina, che è la principale emettitrice di CO2 al mondo con gli Stati Uniti. E se un domani la Cina diventasse una nazione ricca? Sarebbe autorizzata ad emettere come una nazione in via di sviluppo? Una perla di non-sense, quindi.
 
Nella terza clausola, i paesi indicano che bisogna intraprendere azioni per ridurre la vulnerabilità e costruire elasticità (il termine inglese usato è resilience, che è piuttosto ambiguo) per le nazioni vulnerabili (il bisticcio delle parole è del testo, non mio), soprattutto per le isole. Mi devono spiegare come fanno a salvarle dall’aumento del livello del mare: se non ci fosse un dramma di interi popoli e culture, sarebbe veramente da ridere per la vacuità dell’accordo.
 
Cosa vogliono fare? Costrure delle mura di cinta?? La quarta perla consiste in una suddivisione tra nazioni che accettano di ridurre le emissioni e indicano di quanto le ridurranno entro il 2020 e nazioni che, invece, implementeranno non meglio precisate azioni di mitigazione, che non sono soggette a controllo esterno ma solo ad una notifica delle loro emissioni: il testo dell’accordo non indica a chi deve essere inviato tale rapporto. In altre parole, alcune nazioni se ne potranno fregare altamente delle emissioni. 
 
Ma non finisce qui: i due annessi sono vuoti ed entro gennaio 2010 le nazioni che vorranno dovranno indicare le proprie intenzioni. Il trattato termina con altre clausole sui soldi da destinare (30 miliardi di dollari nel triennio 2010-2012 con l’obiettivo di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per l’aiuto alle nazioni in via di sviluppo). Cosa possiamo dire? Il rischio è che, grazie a quest’accordo, non si faccia proprio nulla.

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di Giovanni Macchia lunedì 28 dicembre 2009 - 0 commento oknotizie
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