Nel libro "L’indomabile. Simone Weil", la giornalista televisiva e scrittrice francese Laure Adler è riuscita a fare un brillante ritratto della figura esemplare di una delle più grandi filosofe di tutti i tempi (Jacabook, 2009).
Simone Weil era una mente amante del libero pensiero, e non ha mai fatto parte di quelle cricche di filosofi narcisisti e sistematici che amano grattarsi sempre la stessa parte del corpo per godere delle proprie fissazioni: “La vastità della sua erudizione, l’acutezza intellettuale, il coraggio fisico di cui fa prova, la generosità e il dono di sé che la caratterizzano ne fanno una persona unica ed eccezionale” (Adler, p. 80). La sua intera vita può essere sintetizzata in questo motto: “Il bisogno di verità è più sacro di ogni altro”. Perciò ne è derivato che la costante difesa dei diritti dei più deboli è stata la sua principale missione.
Nei diari, Simone ha raccontato la sua svolta esistenziale: “Dopo mesi di tenebre interiori, ho avuto improvvisamente e per sempre la certezza che qualunque essere umano, anche se le sue facoltà naturali sono quasi nulle, penetra in questo regno della verità riservato al genio, se desidera soltanto la verità e fa perpetuamente uno sforzo di attenzione per raggiungerla. La certezza che avevo ricevuto era che quando si desidera del pane non si ricevono pietre” (Weil, p. 202). Così il suo pensiero era una “doccia di luce” che illuminava il futuro di chi aveva il coraggio di vedere: “La sua bocca parlava come un albero da’ i suoi frutti, le sue parole non traducevano la verità, la versavano nuda e totale” (G. Thibon).
Inoltre la razionale spiritualità di questa filosofa la portò a maturare una particolare concezione dei rapporti amorosi. Per lei “l’amore è qualcosa di grave in cui si rischia spesso di impegnare per sempre la propria vita e quella di un altro essere umano. Lo si rischia sempre, a meno che uno dei due non faccia dell’altro il suo giocattolo: ma in quest’ultimo caso, molto frequente, l’amore è qualcosa di odioso. Per questo la ricerca dell’amore per vedere ciò che è, per mettere un po’ di animazione in una vita troppo noiosa mi pare dannosa e soprattutto puerile“ (Weil, p. 156). Però Simone non era la classica intellettuale narcisista. Nel suo autoritratto afferma: “Quanto a questa creatura che si chiama io, non è il bene, di conseguenza mi è altrettanto estranea e indifferente di chiunque nel mondo. Dire io è mentire” (p. 63).
Comunque la sua lezione migliore e più profetica, è quella che anticipa la catastrofe nazista e comunista, e che descrive i grandi limiti dei partiti politici. Sulla realtà intellettuale dei partiti ha affermato: “Un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione del partito relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle. E’ una posizione così confortevole! Perché equivale a non pensare. Non c’è nulla di più confortevole del non pensare. I partiti sono macchine per fabbricare passioni collettive, ed è cosa così evidente che non merita di essere spiegata. La passione collettiva è l’unica energia di cui dispongono i partiti per la propaganda diretta all’esterno e per la pressione esercitata sull’anima di ogni membro. Si ammette che lo spirito di partito acceca, rende sordi alla giustizia, spinge anche le persone oneste all’accanimento più crudele contro gli innocenti. Lo si ammette ma non si pensa a sopprimere gli organismi che fabbricano un tale spirito. L’istituzione dei partiti sembra proprio costituire una male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti. La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro” (Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi, 2008).
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