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di Gianrot martedì 8 dicembre 2009 - 0 commento oknotizie
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Che lingua fa? I problemi della lingua italiana

Intervista alla Dott.ssa Maraschio, presidente dell’Accademia della Crusca.

L’Accademia della Crusca rappresenta sicuramente la più prestigiosa istituzione linguistica italiana. Raccoglie studiosi ed esperti di linguistica e filologia italiana e, fra quelle esistenti, è la più antica accademia italiana.

 

Siamo riusciti ad intervistare il presidente. Anzi la presidente. La dottoressa Nicoletta Maraschio, prima donna a ricoprire tale carica, dal 1582.

Dottoressa Maraschio, ci descrive in poche parole come nasce e di cosa si occupa l’Accademia della Crusca?

L’ Accademia della Crusca nasce nel 1582-83 con l’obiettivo chiaro e definito di occuparsi dei testi e della filologia della lingua italiana. Intorno agli anni novanta del ‘500, si orienta verso un vocabolario che uscirà nel 1612, cui faranno seguito quattro edizioni, diventando un testo fondamentale per chiunque volesse scrivere in italiano. Un vocabolario imitato dai grandi vocabolari europei che ha contribuito a diffondere la consapevolezza che proprio in un vocabolario si poteva concentrare e dare espressione all’identità linguistica e nazionale di un popolo. Il vocabolario è stato appena ripubblicato in anastatica con un volume di accompagnamento e un dvd.

Qual è il rapporto tra “lingua ufficiale” e dialetti?

Al di sotto dell’italiano come lingua testo hanno svolto un ruolo importante i dialetti, una vera e propria ricchezza della nostra storia linguistica.

Dal punto di vista dell’uso, ad esempio in famiglia o nei luoghi di lavoro, i dati Istat registrano un uso calante del dialetto anche se la percentuale degli utilizzatori è molto alta, oltre il 30%, con picchi molto elevati in in alcune ragioni come Sicilia, Veneto e Campania.

Ma anche i dialetti, come la lingua, hanno subito una trasformazione: sono meno utilizzati dalle nuove generazioni, che li conoscono meno, e si sono italianizzati, cioè hanno subito l’influenza dell’italiano, per cui molte parole non sono quelle originali ma sostituite da vocaboli prettamente italiani.

Il dialetto viene recuperato in ambito letterario - si veda l’esempio di Camilleri o la poesia dialettale - e recuperato dai giovani (internet, blog) con una funzione non solo comunicativa ma espressiva. Si usa per scherzare, per giocare, per esprimere sentimenti che con la lingua ufficiale potrebbero apparire banali.

C’è un decadimento o un impoverimento della lingua, soprattutto di quella parlata?

Per rispondere dobbiamo anzitutto considerare la lingua in maniera astratta. L’italiano, dal punto di vista delle sue potenzialità, resta una lingua complessa e ricca, con un vocabolario particolarmente ampio. E questo deriva dalla sua storia, perché l’italiano nasce come lingua letteraria, come lingua scritta, particolarmente elegante e ricca di varianti.

Questo dal punto di vista astratto. Poi, però, bisogna guardare agli usi della lingua, c’è il lato della concretezza degli usi, direttamente influenzati dalle situazioni comunicative in cui la lingua è utilizzata. Anche qui è necessario distinguere tra diverse persone perché la formazione linguistica delle stesse è molto carente. E questo è da imputare principalmente alla scuola perché di fatto è lì che si registra una scarsa attenzione alle diverse potenzialità della lingua, e quindi a un addestramento ai diversi usi: gli stessi insegnanti non hanno una formazione propriamente linguistica e di tutto quello che sarebbe necessario per usare bene una lingua. C’è alla base una carenza di formazione degli insegnati e carenze della scuola per quanto riguarda la formazione linguistica, ignorando il potere e la centralità della lingua.


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