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di Damiano Mazzotti (sito) lunedì 28 dicembre 2009 - 0 commento oknotizie
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Ripensare il liberalismo

"Pensare politicamente" è una raccolta di saggi, molto ampia e significativa, dello studioso Michael Walzer (Laterza, 2009). Walzer è stato professore di Scienze sociali a Princeton e Harvard, e nell’opera prende in esame anche le politiche degli interventi umanitari e il fenomeno del terrorismo internazionale. Attualmente dirige la rivista "Dissent".

Per Michael Walzer: “Il liberalismo è l’arte della separazione.
Il liberalismo è un mondo di muri, e ognuno di essi crea una nuova libertà.
La linea più famosa è il muro che separa la Chiesa dallo Stato, ma ce ne sono molto altre” (p. 38).
 
Occorre tenere presente che “Rinunciare alla propria libertà significa rinunciare alla propria qualità di uomo, ai diritti dell’umanità, anzi ai propri doveri… Una rinuncia simile è incompatibile con la natura dell’uomo: togliere ogni libertà alla sua volontà significa togliere ogni moralità alle sue azioni”(Rousseau).

Il vero problema di tutte le società umane è che non esiste ancora un modo per trasmettere la verità o la rettitudine morale attraverso la conversazione.

“Il dialogo reale, anche se solo immaginato, consente sia l’accordo sia il disaccordo, e in nessuno dei due casi produce niente di più di un effetto temporaneo. Inoltre, i motivi per essere d’accordo sono sospetti quanto lo sono quelli per essere in disaccordo: se è vero che le persone spesso dissentono unicamente per interesse, orgoglio o disprezzo, è altrettanto vero che spesso concordano unicamente per debolezza, paura o ignoranza. Per raggiungere la verità serve una conversazione ipotetica (che non è la stessa cosa di una conversazione letteraria)… Ne consegue l’esigenza di un progetto, di una serie di regole che stabiliscano chi sono esattamente i protagonisti e che cosa possono dire” (Walzer, 2009, p. 6),

Infatti, “se non vengono imposti limiti all’incarico (nelle burocrazie e nelle professioni), alla ricchezza (potere di mercato) e al potere (poteri politici locali, nazionali e internazionali), coloro che conquistano questi beni possono precludere a tutti gli altri l’opportunità di arrivarvi. La mancanza di limiti in una qualsiasi sfera danneggia l’uguaglianza di opportunità in tutte le altre, perché una ricchezza illimitata può comprare gli incarichi e il potere, un potere illimitato può controllare il mercato e influenzare le professioni e così via” (p. 63).

Così, “Dal punto di vista liberale, uomini e donne non sono tanto liberi nello Stato, quanto liberi da esso; e sono uguali di fronte alla legge. Sono protetti pertanto dal potere politico, concepito come un monopolio della forza fisica, una minaccia immensa per l’individuo solitario… la limitazione del potere è il grande successo storico del liberalismo” (p. 51).

Quindi dal punto di vista dell’economia politica il problema centrale “è lo sfruttamento, non la dominazione, l’estrazione del plusvalore attraverso il processo produttivo, non il controllo tirannico della produzione. La teoria dello sfruttamento, almeno nella forma in cui è comunemente concepita, opera un’affermazione forte: i lavoratori vengono letteralmente derubati del valore che loro, e solamente loro, creano. Lavorano ma senza raccogliere pienamente i benefici del loro lavoro: ne trae profitto qualcun altro che non ha lavorato affatto… o si potrebbe comunque sostenere che i lavoratori non ricevono “la giusta parte” del plusvalore che hanno contribuito a creare” (p. 67).


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