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di Damiano Mazzotti (sito) martedì 8 dicembre 2009 - 0 commento oknotizie
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I fatti del linguaggio: persone, scenari e culture

“Fatti di parole. La natura umana svelata dal linguaggio”, è il libro del famoso psicologo Steven Pinker (Mondadori, 2009), che esamina i processi del pensiero e i fenomeni mentali simbolici.

 
Prima di addentrarci nei meandri dell’analisi psicologica del linguaggio e della mente, occorre subito precisare che il vero “problema non è che la gente sa troppo poco, ma che sa tante cose che non stanno così” (Mark Twain). Infatti quasi tutti i concetti sono polisemantici e molto difficili da definire. Tutti i significati delle parole si possono scomporre in concetti più elementari e nella mente tutto è relativo come nel mondo fisico. Insomma, ”si capisce veramente una cosa soltanto quando si sa che cosa non è” (p. 101). La mente comprende qualsiasi oggetto nei termini di quattro elementi: chi o cosa l’ha prodotta, di che cosa è fatta, che forma ha e a che cosa serve (Aristotele, James Pustejovsky). E ci sono due habitat delle parole: “il mondo, dove troviamo le cose cui una parola fa riferimento. L’altro è la testa, dove troviamo il modo delle persone di intendere come una parola può essere usata” (p. 293).
 
Inoltre ci sono diverse teorie cognitive del linguaggio di cui le principali sono tre: la Pragmatica Radicale, il Determinismo Linguistico e la Semantica Concettuale. Per la prima teoria, “la mente non contiene rappresentazioni fisse dei significati delle parole. Le parole sono fluide, e in circostanze diverse possono significare cose estremamente diverse. Noi diamo a esse un significato solo al momento, nel contesto della conversazione o del testo in corso. E ciò che attingiamo dalla memoria non è un lessico di definizioni, ma una rete di associazioni fra le parole e i tipi di eventi e attori che esse normalmente veicolano… Il Determinismo Linguistico capovolge la visione di linguaggio e pensiero che ho ipotizzato. Il linguaggio non è una finestra sul pensiero umano, che è formulato in un idioma più ricco e astratto; la nostra lingua madre è la lingua del pensiero, e quindi determina i tipi di pensieri che possiamo pensare” (p. 101).
 
Invece la teoria della Semantica Concettuale “avanza l’ipotesi che i sensi delle parole siano rappresentati mentalmente come espressione di un più ricco e astratto linguaggio del pensiero… I significati delle parole possono variare da una lingua all’altra perché i bambini li assemblano e regolano a partire da concetti più elementari. Possono essere precisi perché i concetti si concentrano su alcuni aspetti della realtà e lasciano perdere il resto… inoltre, si accorda con il senso comune, che dice che le parole non sono la stessa cosa dei pensieri (e delle cose), tanto che gran parte della saggezza umana sta nel non prendere le une per gli altri” (p. 162). Perciò “sono la cultura e l’ambiente (fisico), non la lingua, a portare differenze nella facilità con cui si applica un’abilità mentale o un’altra” (p. 159). Così “le parole sono i gettoni degli uomini saggi che le usano per contare, ma sono anche il denaro dei folli” (Thomas Hobbes).

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