Generalmente con
globalizzazione si intende un fenomeno puramente contemporaneo, nato attorno ai primi anni Ottanta del Novecento; ma davvero possiamo ritenere che sia così?
In realtà ritroviamo l’origine delle caratteristiche tipiche della moderna globalizzazione fin dall’ultimo Ottocento, tenendo però comunque fermo il punto che essa resta un fenomeno originatosi decisamente nella cultura americana.
Potrebbe apparire davvero azzardato anticiparne la genesi di ben quasi un secolo, ma come si vedrà è possibile incontrare delle similitudini tra la politica imperiale degli Stati Uniti del XIX e quella del XXI secolo.
Cerchiamo innanzitutto di definire qual è realmente il motore della globalizzazione.
Si ritiene sbadatamente che sia il denaro a far, per così dire, girare il mondo; in realtà ciò che davvero crea ricchezza e potere globale è qualcosa di molto più tragico: la guerra. Essa produce un arricchimento interno nella società militarmente più avanzata; ma ancor di più afferma coattivamente i valori e le regole dell’economia del paese vincitore sui paesi sconfitti. E gli Stati Uniti d’America sono tra le potenze mondiali quella che ha fatto dell’espansione militare il suo fine, più dell’impero romano, che se vogliamo fu già un impero globale.
Già dalla fine dell’Ottocento il potere economico-industriale dello Zio Sam aveva avuto un boom nella produzione interna di gran lunga superiore alle potenze europee, che infatti dovettero supportare con le economie satelliti delle colonie i loro mercati interni.
Per gli USA il processo fu differente; qui non ci fu una spinta imperiale dovuta al rafforzamento della produzione interna, ma più che altro fu la teoria del Manifest destiny, che aveva dato per così dire la carica ai primi americani nella conquista dei nuovi territori, a spingere ben oltre i confini della madrepatria.
La spinta più forte, quasi estrema, a questa teoria si ebbe con un veterano della guerra cubana di fine Ottocento che a capo di un battaglione, i Rough Riders, contribuì a sottrarre la patria del sigaro più famoso al mondo alla ormai spenta Spagna.
Il suo nome era Theodore Roosevelt.
Ma all’epoca gli States erano davvero un paese di grandi opportunità?
Da quello che traspare leggendo il romanzo Cuba Libre di Elmore Leonard, grande icona della letteratura americana del Novecento, parrebbe che le cose non stessero proprio così. Nel libro l’autore col suo tipico tono da frontierman scanzonato, attaccabrighe e libero come l’aria, ci presenta un società americana dove erano comunque attivi i rapporti commerciali, più che tra i due stati, USA e Cuba, tra gli abitanti dei rispettivi luoghi.
I protagonisti texani infatti si recano nell’isola per vendere cavalli. Ed è così che apprendiamo come i due mondi non fossero in realtà così differenti; c’erano puttane, bari, farmers anche nell’isola caraibica. Difatti i protagonisti americani sembrano muoversi in un ambiente a loro congeniale.