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di BarbaraGozzi (sito) giovedì 26 novembre 2009 - 0 commento oknotizie
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(In)ter(per)culturando: Attorno al corpo di Eluana Englaro - parte VI

4. Quando l’etica manca di benevolenza di Piero Bocchiaro.
 
[Il presente intervento inedito, parte del progetto ’Attorno al corpo di Eluana Englaro’, è lucida argomentazione entro il sottilissimo filo delle ’scelte’ tra vita, morte e volontà individuali.
Piero Bocchiaro propone un abbandono. Quello della ’vecchia etica’. L’"èthos", che la filosofia distingue entro ciò che è ’giusto’ e ’sbagliato’, non è immobile, immutabile. D’altra parte l’etica stessa non è scienza ’esatta’. Allora l’analisi recupera la vita, ed è una vita che non dimentica la morte. Ecco dunque che la scelta poggia piedi instabili su un filo sottile eppure resistente, lascia scivolare cappotti pesanti e impolverati, si guarda il corpo, volge gli occhi attorno a sé.
"È il momento" conclude Piero Bocchiaro. È il momento. - n.d.r. ]
 
“Ogni vita merita di essere vissuta”, “la vita è sacra”, ma anche “tutte le vite umane hanno lo stesso valore”: sono voci di sottofondo in Italia, espressioni così abusate da poter essere incluse tra gli assiomi della nostra cultura — quella di uno stato laico, ricordiamolo. La forza di simili proposizioni è rivelata dai numeri di quanti (molti) nei dibattiti si schierano istintivamente dalla parte della vita, in una difesa a oltranza sostenuta spesso da cliché e pensieri tradizionali. E’ successo di recente con la vicenda Englaro. La storia, spettacolarizzata per amore della notizia o per necessità di ostentare un opinione, è quella, drammatica, di una donna in stato vegetativo permanente; la storia di un corpo, in verità, alimentato e idratato artificialmente da un sondino naso-gastrico. Nessuna coscienza di sé né alcuna reazione a stimoli visivi, uditivi, tattili; nessuna possibilità di interazione col mondo esterno. Diciassette anni di assenza e buio. Di Eluana erano rimasti i segnali elettrici delle sue cellule cerebrali.
 
Per giungere a riflessioni attente bisogna allora partire da questo scenario anziché da quello astratto di una giovane donna cui si vuole spezzare la vita. L’analisi ruota attorno a un corpo che la medicina può condurre alla vecchiaia o spegnere all’istante. I difensori della vita-a-tutti-i-costi non hanno dubbi: la vita ha un valore intrinseco e merita di essere vissuta; toglierla, dunque, è sempre un male. Com’è evidente, qui manca la separazione tra corpo ed essere umano nonché un riferimento ai possibili vantaggi per l’individuo che si trova in una simile condizione. Mi chiedo quanto questa battaglia, di certo nobile in apparenza, non appaghi simbolicamente un desiderio nascosto di immortalità, o non aiuti a gestire una altrimenti intollerabile consapevolezza della fine. La morte annullata, insomma, innominabile nella società “moderna” per via di un legame viscerale alle cose della vita. Passione di essere, inquietudine di non essere abbastanza, scrive Philippe Ariès. Mi chiedo inoltre in che misura queste persone siano disposte a battersi per tutelare il diritto alla vita di qualsiasi essere vivente. Perché la vita è anche quella che si conclude nei laboratori, quella di animali innocenti che muoiono (a milioni, ogni anno) dopo aver subito sofferenze acute, prolungate e ingiustificate[1]. Se dovessero rinunciare a difendere la vita nelle sue molteplici forme, queste persone mostrerebbero un inammissibile atteggiamento antropocentrico, infondato da un punto di vista logico e insieme morale. Parafrasato: poiché non sei della mia specie, è irrilevante che tu possa soffrire e morire in modo anche atroce.

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