Il paese iniziò a capire che qualcosa stava cambiando solo grazie al passaparola perché i media nazionali si guardarono bene dal diffondere queste notizie. Il popolo, così, riuscì a radunarsi in piazza il 21 dicembre e a urlare contro Ceausescu, che non si aspettava per niente una simile reazione.
È questo il momento del crollo definitivo del comunismo nell’est Europa.
La Romania che uscì da quella dittatura era però un paese allo sbando: il debito pubblico era stato interamente pagato nell’estate del 1989 ma per farlo i cittadini romeni erano stati sottoposti a una vita di rinunce e, dopo, per risanare il paese dal disastro si trovarono un debito 3 volte superiore. Oltre un quinto della città di Bucarest era stata demolita dal dittatore per ricostruirla nello stile voluto da Ceasescu. E, già allora, c’era la
questione rom. Nicolae Ceausescu non sopportava di attraversare la strada tra Bucarest e Sibiu dove abitavano le comunità zingare. E non trovò soluzione migliore che organizzare
una minideportazione dei rom nella riserva di Valea Lui Stan. Confinati lì, il destino per i rom non è cambiato nemmeno dopo la fine del regime dittatoriale e ancora oggi vivono in quella riserva, a malapena tollerati dai rumeni.
Sono tante le storie di quegli anni sotto il regime e di quei giorni che ridiedero speranza ad un paese intero: c’era chi, come
Petre Roman (primo ministro postcomunista) insegnava idrotecnica al Politecnico ma non esitò un attimo a
unirsi a operai e studenti mai visti prima affannati nell’erigere una barriera che potesse bloccare l’arrivo degli agenti della
Securitate (che poi uccisero 39 persone); c’è chi, impiegato in una fabbrica, si trovò di colpo a
compilare la lista di richieste dei rivoluzionari al primo ministro; c’è chi, come la scrittrice premio nobel
Herta Muller, era costretto a vivere tutto questo esiliato in altri paesi, perché perseguitato dalla Securitate.