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di Mari (sito) martedì 24 novembre 2009 - 0 commento oknotizie
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Romania, venti anni per dimenticare

Tra poco più di un mese saranno 20 anni dall’esecuzione della condanna a morte per Nicolae Ceausescu e sua moglie. La coppia aveva iniziato a cantare l’Internazionale ma alla quarta parola il plotone d’esecuzione aveva già fermato le loro voci. Nei confronti del dittatore romeno c’erano le accuse di crimini contro lo stato, genocidio e "distruzione dell’economia nazionale". Oggi, i giovani nati in Romania a ridosso di quei mesi, conoscono pochissimo la loro storia nazionale.

Non è un problema solo Romeno, è un problema di cultura della storia recente in un mondo dove si finisce per conoscere molto meglio quello che è successo 60 anni fa che non 20 o 10. Una ricerca del 2006 condotta dalla storica Mirela Murgescu tra gli studenti delle scuole superiori, ha evidenziato due dati importanti: i giovani hanno conoscenze frammentarie e imprecise di quanto accaduto nell’89 e la fonte primaria di informazione non è la scuola, ma le storie ascoltate in famiglia.

Il regime di Nicolae Ceausescu iniziò a cadere nella città di Timisoara, da dove le autorità volevano espellere il pastore riformato Lazlo Tokes perché nelle sue prediche non evitava di criticare il regime. Ma proprio a Timisoara un gruppo di fedeli, diventati centinaia nel giro di 24 ore, si radunò davanti alla casa del pastore. La polizia iniziò a colpire e a uccidere incurante dello sciopero dei lavoratori delle fabbriche che iniziò il 19 dicembre. Poi il 20 dopo il rifiuto del primo ministro rumeno di accogliere le richieste dei manifestanti, l’esercito si ritirò e Timisoara fu dichiarata città libera.

Il paese iniziò a capire che qualcosa stava cambiando solo grazie al passaparola perché i media nazionali si guardarono bene dal diffondere queste notizie. Il popolo, così, riuscì a radunarsi in piazza il 21 dicembre e a urlare contro Ceausescu, che non si aspettava per niente una simile reazione. È questo il momento del crollo definitivo del comunismo nell’est Europa.

Il 25 dicembre del 1989 i coniugi Ceausescu furono condannati a morte e l’esecuzione della condanna avvenne alcuni minuti dopo la pronuncia della sentenza. Ma ancora oggi sono in molti a credere che quella rivoluzione in realtà fosse solo un colpo di stato organizzato da anni e messo in pratica nel momento in cui il popolo sembrava abbastanza forte da decidere di manifestare.

La Romania che uscì da quella dittatura era però un paese allo sbando: il debito pubblico era stato interamente pagato nell’estate del 1989 ma per farlo i cittadini romeni erano stati sottoposti a una vita di rinunce e, dopo, per risanare il paese dal disastro si trovarono un debito 3 volte superiore. Oltre un quinto della città di Bucarest era stata demolita dal dittatore per ricostruirla nello stile voluto da Ceasescu. E, già allora, c’era la questione rom. Nicolae Ceausescu non sopportava di attraversare la strada tra Bucarest e Sibiu dove abitavano le comunità zingare. E non trovò soluzione migliore che organizzare una minideportazione dei rom nella riserva di Valea Lui Stan. Confinati lì, il destino per i rom non è cambiato nemmeno dopo la fine del regime dittatoriale e ancora oggi vivono in quella riserva, a malapena tollerati dai rumeni.

Sono tante le storie di quegli anni sotto il regime e di quei giorni che ridiedero speranza ad un paese intero: c’era chi, come Petre Roman (primo ministro postcomunista) insegnava idrotecnica al Politecnico ma non esitò un attimo a unirsi a operai e studenti mai visti prima affannati nell’erigere una barriera che potesse bloccare l’arrivo degli agenti della Securitate (che poi uccisero 39 persone); c’è chi, impiegato in una fabbrica, si trovò di colpo a compilare la lista di richieste dei rivoluzionari al primo ministro; c’è chi, come la scrittrice premio nobel Herta Muller, era costretto a vivere tutto questo esiliato in altri paesi, perché perseguitato dalla Securitate.

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di Mari (sito) martedì 24 novembre 2009 - 0 commento oknotizie
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