"Lettera alle donne" (Rizzoli, 2009) è un libro che raccoglie le interviste e i pensieri del Dalai Lama sul ruolo del genere femminile nel "villaggio globale" (l’autorità spirituale del Tibet ha vinto il premio Nobel per la Pace nel 1989). L’autrice è Catherine Barry, una giornalista televisiva francese.
“La prossima sarà l’era della donna!”. Il messaggio del Dalai Lama è quindi molto semplice, ma molto arduo da comunicare e da realizzare: “Lasciamo che i valori femminili sboccino nella nostra società affinché cambino la mentalità delle persone. È indispensabile per costruire una pace duratura e per il futuro dell’umanità”. L’altruismo delle donne che ricercano l’armonia con il prossimo e considerano la felicità degli altri come parte integrante della propria, è la via per la trasformazione pacifica delle civiltà umane e il raggiungimento di forme di spiritualità più libere.
Per fare questo “l’educazione di un figlio non consiste, come accade in molte società occidentali, nell’insegnargli solamente come essere competitivo, a guadagnare molto denaro, ottenere fama e potere. Perché in questo modo non si fa altro che inculcargli paure, angosce, dubbi e tensioni continue. Educare i figli significa innanzitutto insegnare loro valori etici e morali grazie ai quali manterranno un atteggiamento rispettoso nei confronti dell’altro” (p. 99). Quindi “le madri devono assolutamente insegnare ai figli come lavorare sulla mente e sulle emozioni” (p. 97).
Ma è difficile lavorare sulle emozioni, sulla sofferenza e sulla realtà della vita dove vige la legge dell’impermanenza (tutto è instabile e provvisorio), quando le donne spendono cifre incredibili per comprarsi l’illusione dell’eterna giovinezza con creme che al massimo possono rinviare l’invecchiamento di qualche anno (p. 80). Inoltre le donne farebbero meglio a non inseguire lo sfavillio di oro e diamanti, che spesso costringe gli uomini a sfruttare altri uomini. Anche le illusioni televisive non sono molto costruttive: il sogno di diventare “videolina” trasforma le ragazze in tante bamboline a disposizione dello sfruttamento mediatico ed economico maschile.
Così l’occidente è affetto “da una forma di egoismo che ci fa perdere di vista quanto la nostra felicità dipenda anche da quella degli altri. Comprenderlo è una delle sfide delle moderne civiltà ma è anche il “segreto” della felicità. Ridimensionare l’egoismo e comprendere che la nostra felicità passa attraverso quella degli altri consente di intervenire sulle nostre sofferenze per placarle. Il buddismo può fornire un importante contributo in materia, ma in fondo si tratta semplicemente di sviluppare le capacità proprie della mente umana: la compassione, l’amore, la calma, il discernimento e la fiducia” (p. 31-32). Inoltre l’adesione a una disciplina buddista non implica l’abbandono del proprio credo di nascita: si può essere cristiani e anche buddisti.
Dopotutto il vero messaggio di conoscenza e di pace di Gesù è in sostanza uguale a quello buddista: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Vangelo secondo Giovanni). Questo insegnamento sulla libertà è ben diverso dal culto della gerarchia e del potere che ci vogliono trasmettere i vari rappresentanti di molte religioni e dottrine, fin da quando emettiamo il primo vagito. E il mondo islamico sta sicuramente trascurando l’enorme potenziale intellettuale e morale del mondo femminile.