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La Milano della lotta armata, il Corriere della P2, l’assassinio di Walter Tobagi

C’è di che rabbrividire nel leggere il libro di Benedetta Tobagi sull’assassinio di suo padre. Il titolo "Come mi batte forte il tuo cuore" (da una poesia di Wislava Szymborka) edito da Einaudi, può far pensare ad un racconto intimistico. Ma è tutt’altro

 

Nei trent’anni trascorsi dall’accadimento, Benedetta ha maturato il necessario distacco in modo da far riemergere limpidissima senza sentimentalismi la figura di Walter Tobagi, né santo né martire, come lo vorrebbe invece una certa propensione alla retorica e all’agiografia.
Walter Tobagi fu assassinato sotto casa in una piovosa mattina del 28 maggio del 1980, da un nucleo della “formazione terroristica per il comunismo combattente” chiamata “Brigata XXVIII marzo”. 
 
Nel volantino di rivendicazione il giornalista era accusato di “terrorismo di Stato”. Perché “era Presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti (il sindacato), era inviato del “Corriere della Sera” (giornale della borghesia) e soprattutto era un “riformista”, parola che allora suonava come un insulto.
 
Ora ripensare Tobagi come a un terrorista è come pensare a un asino che vola.
Scrittore di saggi sul sindacato e sull’operaismo, ricercatore di storia politica, giornalista al Corriere della Sera con una specializzazione sulle lotte studentesche e operaie nella Milano del anni ’70, Walter Tobagi era considerato un autore scomodo per il semplice motivo che “voleva capire”.
 
Di un fatto non si accontentava della versione ufficiale, voleva scavare tra i retroscena, nell’humus in cui il fatto stesso era maturato, nell’animo delle persone che lo avevano compiuto. Voleva conquistarsi la visione globale di una determinata realtà, comprenderne i risvolti sociali e le implicazioni politiche. Non si stancava mai di cercare, approfondire. Era un giornalista che “aveva metodo per questo l’hanno ucciso” disse Leonardo Sciascia all’indomani dell’assassinio.
Con lo stesso metodo Benedetta indaga tra gli articoli scritti dal padre, i suoi appunti, le montagne di carte conservate, i libri e i diari. Gli anni ’70 sono tutti lì, con le utopie del Movimento Studentesco e le efferatezze della Lotta Armata, le lotte sindacali dei giornalisti e degli operai e il Corriere della Sera controllato dalla loggia massonica P2.
 
Con lo stesso distacco del padre, Benedetta descrive gli anni ’70 come una minaccia bifronte, senza scappatoie: da un lato il tentativo eversivo di controllare l’informazione e piegarla alle logiche del Potere, dall’altro la violenza delle BR che abbatteva giornalisti, magistrati, sindacalisti, tutti coloro che tentavano di dissociarsene per comprendere.
 
Ad assassinare Tobagi furono Marco Barbone e Paolo Morandini, giovanissimi rampolli della borghesia-bene di Milano appartenenti alla Brigata XXVIII marzo, una formazione che faceva capo a Prima Linea. Rei confessi decisero di collaborare ottenendo una condanna mite: 8 anni e 6mesi di cui 3 agli arresti domiciliari.
 
Bisogna leggerlo questo libro di Benedetta Tobagi, non soltanto perchè documenta un tragico pezzo della storia italiana più recente. E’soprattutto un monito, un invito a vigilare anche ai nostri giorni. Affinchè la voglia di cambiare il mondo, di ribellarsi allo status quo non degeneri in violenza e la passione politica non si trasformi in odio assassino.

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