Tirana è una città antica e speciale, con le sue case dai muri dipinti e la sua aria sfuggente da luogo di confine. Eppure c’è un grande fermento nell’aria: grazie alle iniziative del suo sindaco, Edi Rama, la città si sta rifacendo il look. Questa profonda voglia di cambiamento e di novità, questo sentore di polvere e di cantieri a cielo aperto si percepisce fin dal nostro arrivo.
L’aeroporto Nene Teresa (Madre Teresa) ci accoglie in tutto il suo nuovo e scintillante splendore. Il terminal di più recente costruzione, inaugurato nel marzo 2007, sembra appena uscito dalle mani degli imbianchini e degli operai, come un gigantesco pacco regalo.
La periferia, brulla e punteggiata di capannoni, ci accompagna nel cuore di questa città millenaria, come dimostrano i numerosi ritrovamenti archeologici nel territorio circostante. La fondazione effettiva, tuttavia, si fa risalire al 1614, quando Sulejiman Pasha le conferì l’aspetto urbanistico attuale, costruendovi una moschea, una panetteria e un bazar.
Nonostante il notevole impulso economico, la città rimase tranquilla fino al 1920, quando venne scelta come capitale dal governo provvisorio, formatosi con il Congresso di Lushnje nel caos politico successivo alla prima guerra mondiale.
Purtroppo chi si attende di ritrovare le tracce del suo passato più antico rimarrà deluso: il centro storico è stato duramente cementificato durante gli anni del regime e la maggior parte degli edifici religiosi sono stati distrutti o riconvertiti con la Rivoluzione Culturale del 1968. Rimane comunque molto piacevole passeggiare per i suoi grandi viali alberati, le case bianche e le rive del Lana, anche se lo spettacolo del fiume non è tra i migliori a causa dell’alto livello d’inquinamento.
La visita non può che cominciare da Piazza Skandenberg, un grandioso spazio aperto rettangolare, dedicato al famoso eroe nazionale della rivolta contro gli ottomani, da cui si diramano a raggio tutte le arterie principali. Qui non solo sono raccolti i più importanti monumenti della città, ma si riesce ad assaporare ancora ciò che resta dell’Albania del passato, con la gente affaccendata e i bambini che scorazzano lungo i marciapiedi.
Sulla sinistra svetta la Moschea Ethem Bey, simbolo dell’islamismo albanese e costruita tra il 1789 e il 1823, per volere del poeta bektashi Ethem Bey. È un edificio slanciato, con la stanza della preghiera sormontata da una cupola, il portico dai quattordici archi slanciati, protetti da colonne, e un suggestivo minareto.
L’interno, poi, lascia senza parole: la luce filtra da cinque colonne per ogni lato ed illumina i meravigliosi arabeschi e gli intarsi dorati. Questo spettacolo architettonico era talmente amato da essere considerato monumento nazionale e riuscì così a sfuggire alla devastazione dei luoghi di culto attuata con la rivoluzione culturale del 1968.Le visite sono ammesse, basta non disturbare negli orari di funzione e togliere le scarpe prima di entrare.
Dietro la moschea svetta, con i suoi 35 metri di altezza, la Torre dell’Orologio aggiunta alla costruzione originaria nel 1830.
Sempre sulla piazza accanto all’hotel International (grazioso e scomodo cimelio dei fasti del regime) si trova il Museo Storico dell’Albania, un edificio severo, perfetto esempio del razionalismo costruttivo comunista, inaugurato nel 1981. Il museo, suddiviso in base alla datazione storica, raccoglie oltre tremila reperti archeologici, che vanno dal Neolitico al IV secolo a.C.
Che dire... grazie, per questo spaccato, per la tranquillità che filtra dalla descrizione in netta contrapposizione con ciò che dentro ognuno di noi vive da sempre pensando a questa regione.