Sicuramente la “livella” del 6 aprile ha colpito anche la Chiesa ma, come succede sempre, i potenti della “terra”, non del “cielo”, sfoderano tutte le loro risorse per uscire fuori dalla tragedia. Il detto popolare “vox populi vox dei” sicuramente esprime sempre una verità, anche se parziale, e la voce che il “nostro” Arcivescovo la notte del 6 aprile non dormisse nel suo caldo letto presso la Curia, probabilmente è vera. Dalla tragedia del 6 aprile che ha colpito il nostro popolo, come da tutte le tragedie, in fondo, la Chiesa pensa subito di prendere il massimo.
Non si possono dimenticare le prime dichiarazioni immediatamente dopo il terremoto. Si diceva che bisognava “evangelizzare” il nostro territorio, una Città distrutta non dall’ira del Signore ma da quella della natura. Il nostro territorio ed il nostro popolo è stato “evangelizzato” da secoli: non mi sono mai spiegato la necessità di costruire 99 chiese in una Città che nel 1200 contava si e no 60.000 abitanti (circa 600 abitanti per chiesa, una specie di follia collettiva). In fondo nella nostra Città è sempre sopravvissuta la cultura del “contado” o delle “famiglie”. Un particolarismo che non ha mai permesso il vero sviluppo della Città.
Il 17 aprile (undici giorni dopo il terremoto, nel pieno dell’emergenza) incrociavo Coppito con la mia auto e sul prato antistante il bivio ho visto raccolti circa trecento giovani preti e frati per organizzare la loro “evangelizzazione”. Sono rimasto un po’ scioccato, il tempo non s’era fermato al 6 aprile ma era tornato indietro di 700 anni. In quei giorni, sicuramente le anime non avevano bisogno delle parole sante, ma di dove dormire e mangiare. Ma, si dice, la Chiesa pensa alla salvezza delle anime mentre gli uomini devono applicare il duro motto “aiutati se vuoi che Dio ti aiuti”. Aiutati, perché nessuno ti aiuta. Una dura realtà che gli aquilani stanno pagando cara dal 6 aprile, al di là dell’assistenzialismo esasperato.
In questi mesi ho sempre pensato che era giusto ricostruire anche e soprattutto il patrimonio culturale della Città (università, scuole, teatro, chiese...). L’ordine delle priorità l’ho sempre pensato come un qualcosa da affidare alla intraprendenza e alla capacità degli aquilani di ricostruirsi il loro futuro. Il senso della comunità l’ho sempre pensato come capacità di autogovernarsi e non accettare le cose calate dall’alto. La Città dell’Aquila rimane grande se la partecipazione è alta. In fondo si ripresenta lo scenario storico della nascita dell’Aquila: lo scontro tra guelfi e ghibellini. Oggi lo scontro si presenta con modalità diverse, sicuramente, ma il problema rimane lo stesso: ricostruire la Città o distruggerla e spostare il baricentro in altri luoghi. I “contadi” oggi scalpitano ed in modo inconsapevole cercano la rivincita storica. Una specie di vendetta della storia: Est e Ovest si contendono la spartizione della Città.
Il 6 Aprile ha dato lo spunto ad un G8 - realtà contro reality. In uno spettacolo quello che (...)
06/11 19:02 - pv21