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di RobertaLemma giovedì 29 ottobre 2009 - 1 commento oknotizie
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Misteri italiani: terza parte, Franco Ambrosio. O’ re del grano

Come sempre ad attirare l’attenzione degli inquirenti un accadimento sporadico, un fatto apparentemente senza strascichi o retrovie.

16 aprile 2009. Orrore a Gaiola, a due passi dalla tenuta presidenziale di villa Rosebery sotto il promontorio di Capo Posillipo, sono stati massacrati Franco Ambrosio e sua moglie. L’uomo massacrato e ucciso con inaudita violenza lo si ricorda soprattutto come il grande grassatore dello Stato e riciclatore di tangenti in nome e per conto della politica, in un rapporto alternativamente di servo-padrone. Dai denari per lo sviluppo del sud alle truffe alla Ue, dalla madre di tutte le tangenti, quella dell’ Enimont, fino ai fondi per la ricostruizione dell’Irpinia dopo il terremoto, non c’è scandalo nazionale che non l’abbia visto in scena. Originario di San Giuseppe Vesuviano, dove suo nonno commerciava cereali, Ambrosio crea una società di import-export che negli anni successivi, con l’assistenza del clan camorristico degli Alfieri secondo la testimonianza del pentito Pasquale Galasso, ne fa il «Re del grano». Nel 1980 fattura già mille miliardi di lire. Dieci anni dopo guida una holding con duemila dipendenti, cinquanta società sparse nel mondo e viaggia in jet personale tra Russia, Africa, Stati Uniti, fino in Australia. E gestisce un tesoro, originariamente nascosto a Vaduz, di cui tuttora si favoleggia.

«Sono il cassiere di Paolo Cirino Pomicino», confessò al pm Antonio Di Pietro quando fu arrestato per Tangentopoli e da grande amico si trasformò in accusatore del potente ministro andreottiano e dell’intero sistema di potere napoletano costruito intorno all’Interpartitico. Un sistema che, da destra a sinistra, vedeva tutti seduti intorno al tavolo del banchetto: democristiani, socialisti, missini, liberali, secondo uno schema che non è cambiato neanche negli anni successivi, come prova lo scandalo Romeo, che ha appena coinvolto a Napoli politici di destra e di sinistra. «Guarda che devono arrivare quattrini», gli diceva al telefono Pomicino, annunciando mazzette, tangenti, contributi in nero, che venivano consegnati in contanti a una segretaria e girati su un conto cifrato di Zurigo, dal quale poi il ministro attingeva per ogni sua necessità: barche, aerei, vacanze, cure, contributi, secondo quanto a suo tempo Ambrosio stesso ha raccontato ai magistrati. ’O ministro, come lo chiamavano ai tempi d’oro, anche quando da presidente della Commissione Bilancio della Camera continuava a indirizzare enormi flussi di denaro pubblico, diede invece ai magistrati una strepitosa versione, frutto possibile solo per il canzonatorio genio partenopeo, della nascita del suo rapporto con Ambrosio: «Mi trovavo a Houston per operarmi al cuore - ha messo a verbale - ma in quella clinica si pagava solo cash. Così intervenne un signore napoletano gentilissimo che si offrì di aiutarmi. Seppi poi che era uno dei più stretti collaboratori di Franco Ambrosio. La nostra amicizia nacque così».

E proseguì, visto che, per non lasciarlo senza cash, Ambrosio consegnò a ’O ministro una carta di credito intestata alla Itex, una delle sue società. Nel frattempo macinavano grandi affari con amorevole assistenza ministeriale. Si tratta di aumentare il plafond di credito con l’Algeria per false esportazioni? Il Cipes, nelle mani di Cirino, con la sola contrarietà dell’ex direttore della Banca d’Italia Mario Sarcinelli, deliberava positivamente in un batter d’occhio, previa consegna - come emergerà processualmente - di 250 milioni di lire a Severino Citaristi, segretario amministrativo della Dc, e di 350 al socialista Gianni De Michelis, che li chiedeva in contanti direttamente al suo hotel, il «Plaza». Passa come un colpo di fucile al Cipe anche un accordo di programma da 890 miliardi di lire per la realizzazione nel Mezzogiorno di otto stabilimenti agroindustriali di aziende del gruppo Italgrani. Siamo negli anni Novanta quando uno degli eredi di Pietro Barilla racconta ai magistrati di aver distribuito sette miliardi di lire ai politici per l’affare Alivar. Ci pensa Ambrosio a precisare ai magistrati che un paio di quei miliardi andarono a Craxi e un paio a Pomicino. Meno chiaro è il destino dei 3 miliardi di lire provenienti dalla madre di tutte le tangenti, quella dell’ Enimont, che fu Ambrosio a riciclare. Ma vista l’armonia del ticket Ambrosio-Pomicino non occorrono illazioni. Quando ai bei tempi governativi Pomicino era a Roma, abitava in una villa sull’Appia Antica, dove si riunivano gli andreottiani, ma a Napoli aveva la casa di famiglia.

Durante un servizio fotografico pubblicato da un settimanale la moglie si aggirava tra candidi divani e opere d’arte, un attico stratosferico e una terrazza sul golfo di Napoli che non finiva mai. Tutto un po’ kitsch, ma costoso assai. Quell’attico, prima che vi si trasferisse la famiglia Pomicino a chi era appartenuto? Ma naturalmente alla famiglia Ambrosio. Per il Re del grano l’anno prima della fine del secolo si avvicina il fallimento, che gli costerà nove anni per associazione per delinquere e bancarotta fraudolenta. Ma, nonostante le «cantate» Cirino Pomicino si attivava e chiedeva aiuto per salvarlo a Claudio Velardi, allora factotum di Massimo D’ Alema a palazzo Chigi e fino a qualche mese fa assessore nella giunta regionale campana di Antonio Bassolino. Forse neanche domineddio avrebbe potuto salvare l’uomo di San Giuseppe Vesuviano, di cui all’inizio del nuovo millennio viene chiesto l’arresto con i due figli dalla procura di Napoli per fidi facili dell’Isveimer e del Banco di Napoli e distrazione di fondi del terremoto dell’Irpinia.

I due giovani Ambrosio, Massimo e Mauro, non sono meno vulcanici del padre, tentano affari con Canio Mazzaro, l’imprenditore marito della pasionaria di destra Daniela Santanchè, la quale di Cirino Pomicino si serve oggi come di un efficace lobbista. «Guarda sono 50 mila a testa», dice la signora all’ex ministro dopo averlo incaricato di farsi dare 200 mila euro dalla giunta regionale del Molise per una manifestazione a Milano. L’orrore di Gaiola, sotto Capo Posillipo, uno dei luoghi più belli di Napoli, fa rabbrividire per la ferocia, ma non esime da una serie di interrogativi. Chi può credere che l’ex Re del grano fosse lì nel villone a occuparsi soltanto dei nipotini? È possibile che un campione di tal fatta del malaffare italico sia potuto finire così per mano di una banda di balordi? ----------> continua

di RobertaLemma giovedì 29 ottobre 2009 - 1 commento oknotizie
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